Ma la Chiesa dove sta andando: adulti, giovani e anziani e il loro modo di vivere la fede oggi!

Ma la Chiesa dove sta andando: adulti, giovani e anziani e il loro modo di vivere la fede oggi!

di P. Giovanni Cozzolino, O.M.

Oggi stiamo assistendo al fatto che una parte della popolazione non si sente più a casa dentro la Chiesa: si pensi nuove generazioni, alle donne, che non  incrociamo più dentro le comunità se in non in parte minoritaria, eppure ne sono le parti più significative; così come diminuita la presenza di quegli adulti credenti che hanno sempre rappresentato una forza.

Si  ha nostalgia di una Chiesa che il vento del web, nuove ideologie, nuovi modi di pensare la vita. ha minato nel giro di dieci anni e  ogni anno mina sempre più velocemente e che comunque non si arrende a questo dato, che si impegna in tutti i modi per creare le condizioni perché giovani, donne, adulti possano riscoprire un vero interesse per l ‘esperienza della fede e della fede cristiana.

C’è un grosso problema con la fascia adulta della popolazione, in particolare coloro che sono nati intorno alla fine degli anni Settanta: questi mantengono un legame di tradizione con l’esperienza cristiana, sono interessati a che ci sia un sostentamento per la Chiesa, ma nella loro vita si è fatto avanti il principio ispiratore della giovinezza, della performance, dell’essere sempre attivi e potenti  e tutto questo provoca una sorta di chiusura, di narcisismo e individualismo e blocca sia i dinamismi educativi e anche la trasmissione della fede.

Penso che quello che manca davvero e la presenza di adulti che non solo siano tali dal punto di vista anagrafico o sociologico, ma anche dal punto di vista interiore, che vivano l’esperienza dell’essere adulti maturi per esercitare una responsabilità e la trasmissione della fede: in qualche misura il mito del giovanilismo rende l’esperienza della fede non più così centrale, se le ragioni per apprezzare la nostra esistenza si limitano a come ci vediamo nello specchio e senza guardare la carta d’identità. Ma chi apprezza le ragioni della fede guarda semplicemente alla realtà. La fede ci aiuta ad avere un rapporto nobile e meno complicato con la nostra vita reale. Noi adulti, non tutti ovviamente, viviamo in una sorta di bolla mentale.

Paradossalmente, si piò affermare che oggi c’è bisogno di adulti veri e giovani veri, ed in ciò sono favoriti i giovani perché
portano dentro la loro carne ed esperienza una domanda molto semplice: che cosa significa diventare grandi.

Da parte del mondo giovanile c’è un’apertura alla realtà, e anche al Vangelo, ma non possiamo negare che gli ambienti sociali diffusi, la cultura, cercano di disorientare i giovani rispetto alla tensione alla crescita che loro avvertono.

Non è facile essere giovani: essi si trovano a confronto con adulti e vecchi che tutto vogliono fare nella vita tranne che fare gli adulti e i vecchi e  se questi vogliono fare i giovani allora rubano spazio ai giovani.

A mio avviso, giustamente papa Francesco ribadisce che il compito che oggi la comunità ecclesiale ha, è quello di far ripartire il dialogo intergenerazionale: egli suggerisce di ripartire dagli anziani e i giovani, le due categorie più scartate. Poi considera con occhio realistico la situazione degli adulti, che ritiene essere diventati un po’ crudeli. Invita la comunità ecclesiale a prendersi cura del dialogo. Se da una parte è una bella scommessa creare un’alleanza fra anziani e mondo dei giovani, dall’altra diventa ancora più urgente provare a risvegliare gli adulti da questa specie di sonno e incatenamento che sta facendo un vero e proprio disastro nella qualità della vita dell’uomo.

Con gli adulti tra i 40 e i 60 anni possono esserci diversi approcci.

Anzitutto, ogni comunità dovrà dedicare agli adulti, tra i 40 e i 60 anni, lo stesso numero di energie che attualmente destina alla fascia degli infanti, perché il problema sono gli adulti e non i giovani e i bambini.

In secondo luogo, sostenere i giovani in maniera molto forte e riaprire il discorso su cosa significa diventare grandi, che è la cosa più naturale per l’essere umano.

l terzo approccio: ripresentare l’esperienza ecclesiale come un’esperienza per vivere al meglio l’esperienza umana.

L’altro elemento decisivo è la preghiera, perché la Chiesa deve diventare una casa di preghiera.

Oggi la gente quando ha un problema cerca la crema giusta, lo specialista giusto, quel bisogno che alimentava la preghiera nel passato non c’è più.

In questo senso, c’è bisogno di riscoprire la preghiera come elemento di contatto con Dio che ci aiuta ad affrontare la realtà. In ultimo, ciò che i giovani hanno chiesto in modo forte sia nella riunione presinodale sia durante il Sinodo, è che ci vorrebbe una Chiesa più intonata al tema della gioia.

Senza gioia non serve andare a Messa, perché se entrando in chiesa sembra ci sia sempre un funerale, non serve a niente. Ci vuole maggiore attenzione alla qualità della liturgia, ai canti, alla fraternità fra tutti.

 

Nota bene: Per questo riflessione ho tenuto conto dell’Intervista rilasciata  Parola di Vita il 20 dicembre 2018, nei saloni del Seminario dell’ Eparchia di Lungro, a Cosenza, da don Armando Matteo, sacerdote della diocesi di Catanzaro, docente presso la pontificia Università Urbaniana, presenterà Il suo volume “La Chiesa che manca” (ed. San Paolo).

 

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